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Presidente Maisto: «Abolire le leggi criminogene che puniscono tossicodipendenti, extracomunitari, emarginati

Di Valter Vecellio, da “notizie Radicali”, 25-01-2012

Fare qualcosa. Fare in fretta. Non perdere tempo. E’ questo, in sostanza il “messaggio” che lancia Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza dell’Emilia Romagna intervistato dal settimanale “Famiglia Cristiana”.

Fare qualcosa perché le carceri esplodono, perché ormai non c’è piu’ tempo. Perché “decongestionare le carceri non è più una delle tante emergenze della giustizia italiana, ma l’emergenza prioritaria, assoluta”.

C’è stato un tempo, dice il dottor Maisto, in cui le nostre carceri non soffrivano di sovraffollamento: e non era neppure troppi anni fa: “Prima dell’ultimo indulto del 2006, i detenuti in carcere erano 40 mila e altrettanti erano i sottoposti a misure alternative. Senza che si lamentassero problemi d’aumento di criminalità. Poi s’è fatto crescere un carcere diverso da quello uscito dalla riforma e da quello descritto dal dettato costituzionale”.

E come si è “fatto crescere”? Con quelle che il dottor Maisto definisce “leggi carcerogene”, approvate in questi ultimi anni: “leggi, cioè, che hanno previsto ipotesi di reato che prima non esistevano, o che hanno inasprito le pene per reati già esistenti. O, ancora, che impediscono la sospensione dell’ordine di esecuzione che bloccava per molti reati l’ingresso in carcere in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza”.

Ecco dunque che l’afflusso nei penitenziari è diventato abnorme: “E ciò è stato deciso senza sapere se si sarebbe riusciti a gestire questa nuova situazione. Senza riflettere sugli effetti per le condizioni di vita dei detenuti, diventati dei numeri e trattati come animali. L’unica preoccupazione diventa quella della sicurezza: la prevenzione dell’evasione…Le leggi carcerogene hanno trasportato in carcere il malessere delle categorie sociali più emarginate: tossicodipendenti, alcolisti, pazienti psichiatrici, senza fissa dimora. La cosiddetta “detenzione sociale”. Un esempio? Nel carcere bolognese della Dozza i Padri Dehoniani hanno scoperto che il 90 per cento dei detenuti non tiene neanche cinque euro sul conto bancario. Queste persone, desocializzate già prima, finiscono per non trovare prospettive in carcere. Così la cella diviene l’anticamera dell’autolesionismo e del suicidio. Ma oggi il malessere è così generalizzato che colpisce duramente anche le guardie carcerarie: i suicidi tra la Polizia penitenziaria sono una triste novità”.

Non poteva mancare una domanda su amnistia e/o l’indulto. Maisto sostiene che non sono soluzioni, e lo motiva con argomenti diciamo zoppicanti: “Sono contrario. L’amnistia è deresponsabilizzante, sebbene avrebbe il grande vantaggio di liberare il tavolo dei giudici dai fascicoli dei processi. Senza opportunità fuori dal carcere, in breve l’ex detenuto torna dentro. Bastano le misure alternative, poche pratiche virtuose, e far andare a regime i Tribunali di sorveglianza”.

Facile obiettare che certo, l’amnistia da sola non risolve; è il primo, preliminare passo per la riforma strutturale. Serve appunto per decongestionare le carceri, ma soprattutto per liberare il tavolo dei magistrati, come dice il dottor Maisto, dai fascicoli dei processi. Poi certo occorre fare quello che anche il dottor Maisto suggerisce. Amnistia deresponsabilizzante? Qui il ragionamento del dottor Maisto si fa fatica a seguire. Chi si deresponsabilizza? I politici, il Parlamento chi? Oggi invece chi è responsabile?

Si stanno percorrendo una quantità di strade, si indicano soluzioni e ipotesi di lavoro. Poi, dopo aver giocato tutte le carte a disposizione, finalmente si prenderà in considerazione l’unica, raqgiomevole e pragmaticamente praticabile. I pasdaran della forca, di destra e sinistra, e man mano che ci si avvicinerà alle elezioni, proseguiranno nelle loro campagne demagogiche e mistificanti. Ma alla fine, “il torto diventerà dritto”, ci insegna St. J. Agnon. E come ben sanno i radicali, “la durata è la forma delle cose”. Ma per una volta perché non accade che si faccia subito, “oggi” quello che si finirà fatalmente per fare “domani”?

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